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Donald l’anarchico

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Donald l’anarchico

Qualche anno fa, alla Fiera del Libro di Torino, mi capitò di partecipare a un incontro  che aveva come protagonisti Paco Taibo II e Donald E. Westlake.

Difficile immaginare due figure più diverse: Taibo, allergico alle cravatte e a qualunque vestire formale, fumatore compulsivo, anarchico e iconoclasta prima per natura, credo, che per scelta. E Westlake: completo con cravatta portato come una seconda pelle, aplomb quasi britannico, sguardo di chi contempla ogni cosa da una certa distanza, da una certa altezza.

Taibo torrenziale, come sempre, e Westlake a giocare di rimessa. Tutto molto interessante, ma da me – che conosco bene Paco Taibo e attraverso mia madre sono cresciuto nel mito di Westlake/Stark – vissuto con un filo di apprensione, come temendo che, da un momento all’altro, esplodesse il conflitto tra due personaggi tanto diversi.

E invece no. Paco diceva che i delinquenti, per pessimi che siano, non possono che essere più simpatici degli sbirri, dai quali spesso non sono molto diversi. E Westlake, yankee fino in fondo, ribatteva che non è proprio così, che “legge e ordine” sono indispensabili a una società civile, però… Alla fine non riusciva a dargli del tutto torto: la differenza era più che altro di stile.

L’unico momento di autentica tensione (o almeno così mi sembrò) fu quando Paco Taibo citò una frase attribuita al generale messicano Santa Ana, (quello che nel 1846 spazzò via un manipolo di schiavisti reazionari asserragliati nel forte Alamo) e che recita: “Ah, Messico, povero Messico! Così lontano da Dio, e così vicino agli Stati Uniti!”

Ma Westlake incassò da vero signore.

Mi è tornato in mente questo episodio leggendo le parole che Westlake ha messo in bocca al suo personaggio più popolare, il geniale ma sfigatissimo John Dortmunder, in Get real, ultima (e ahinoi definitiva) opera del maestro statunitense.

“John”, disse Kelp, “la prossima volta che ci saranno soldi in quel

posto saranno i nostri soldi, quelli che vengono dall’Inghilterra.

Vuoi andare a rubare

i soldi che sono già nostri?”

“I soldi della paga”, precisò Dortmunder, “non sono uguali ai

soldi che rubiamo. Quelli rubati sono soldi più puri. Su quelli

non c’è il marchio della schiavitù,

nessuna sottomissione alla volontà di chicchessia, nessuna

obbedienza. Non sono soldi nostri perché li abbiamo scambiati

con il nostro tempo e il nostro

lavoro, sono nostri perché ce li siamo presi.”

Un autentico manifesto politico. Una dichiarazione che potrebbe essere attribuita a Jules Bonnot o a Pietro Cavallero, o a uno dei tanti anarchici che negli ultimi centocinquant’anni hanno scelto di praticare il furto e la rapina come forma estrema di lotta contro il potere. Scelta esecrabile, ovviamente, e per di più suicida. (Ma a chi di noi, avendo a che fare con le banche, non è balenato un cattivo pensiero?) E naturalmente Westlake non intendeva certo “dettare la linea”, come si diceva un tempo, o indicare una strada.

Ma quale distanza dall’ideologia dominante negli Stati Uniti, pervasa di calvinismo, che vede nel successo economico un segno della Grazia divina e, di conseguenza, pensa che se i poveri son poveri, be’, in fondo dev’essere un po’ colpa loro…

E poi qui si evidenzia come Parker (creatura dell’alias di Westlake, Richard Stark), rapinatore duro, spietato, ma anche dotato di un’etica ferrea, sia molto meno distante di quanto si creda dal pacifico Dortmunder, che rifugge la violenza e ha un senso della famiglia che si estende a tutta la sua sgangherata banda.

La differenza, anche qui, forse è solo di stile. E forse si capisce meglio come mai, a quell’incontro di Torino, tra Westlake e Paco Taibo non ci furono scintille.

Queste considerazioni – che probabilmente molti non condivideranno – mi fanno sentire ancor più “orfano” di Westlake, grande scrittore e compassato anarchico in giacca e cravatta.

Sandro Ossola

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