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Sangue del suo sangue

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Sangue del suo sangue

di Roberta Borsani

Capitolo Primo
I

Biancaneve è stata sette anni in una bara.
Però lei dormiva, non se n’è neanche accorta.
E poi la bara era di cristallo, se apriva gli occhi vedeva tutto.
La mia non è una bara, è una stanza. Ma buia, coi muri sporchi e ragni grossi come rospi. E io non sono Biancaneve
, non ce la faccio a dormire. Se capita faccio dei brutti sogni. dentro c’è sempre lui. Lui, e il gridare cattivo di quelle papere grosse, grigie e verdi. Le ho viste di sfuggita una volta. Trascinano la coda, non è vero che fanno la ruota.
I miei sogni fanno paura. Chissà se Biancaneve ce li aveva dei sogni così. Secondo me no, altrimenti si svegliava.
Sono stufa di respirare l’aria della stanza. È piena del suo alito.
Gliel’ho detto che non mi piace. Dice che non riesce a digerire. Per forza, mangia schifezze. E le dà anche a me. Mammina non vuole che si mangino quelle cose. Fanno diventare brutti. E infatti lui è brutto. Con le mani coperte di peli e le labbra grosse. Però non è verde. Mammina dice che le patatine del sacchetto fanno diventare verdi. Lui è grigio. Ma anche un po’ giallo. Giallino. Come la paglia. E ha le mani fredde. Fortuna che non mi tocca mai.
“Prima devi diventare una principessa. Dopo ti sposo.”
Io non voglio diventare una principessa, e neanche sposarmi. Quando torno a casa voglio stare con la mamma. Per sempre.
C’è una cosa che mi piacerebbe, più di tutto: diventare una fata.
Qualcosa con le ali, che non sia un uccello. Gli uccelli hanno gli occhi piccoli e cattivi. Passano attraverso la rete della finestra rotta e poi gridano. Sporcano, fanno schifo. Prima non mi sembrava. Avevo dei pappagallini verdi, erano belli.
Quando avrò le ali volerò via attraverso la rete rotta. Tornerò a casa e aprirò la gabbia dei pappagalli. Fa niente se mia sorella piange. Glielo spiego che nessuno deve stare chiuso dentro. Neanche gli uccelli. Anche se sporcano.
La scala scricchiola.
Faccio finta di dormire.
Arriva. Arriva.

II
Filtra una luce umida da fuori. Triste, come l’occhio solitario di un ciclope. Lingua di vacca sul mondo. E lo stomaco di ferro del creato dice: manda giù tutto, anche questo grigio di oggi. Il dolore è solo nel desiderio. Conforma le aspettative a quello che passa il convento e sarai in pace. E poi oggi non va così male, ho sollevato le persiane e mi è venuta perfino voglia di guardare fuori: non succedeva da tanto.
Qualcosa di ruvido mi fissa astioso dal davanzale della casa di fronte: è un piccione. Rispondo al suo sguardo con odio, detesto i piccioni. Lo squallore concentrato in un corpo, lo spleen vestito da uccello.
Apro le imposte. L’aria è pesante e amara, fiato impastato. Sta per piovere.
Il prossimo dicembre farò quarantasette anni. E mio marito Umberto di cinquantaquattro mi ha mollato da tre mesi per una di trentadue.
Quarantasette, cinquantaquattro, trentadue: quando gliel’ho detto la portiera è corsa a giocarli al Lotto.
Bastardo cane senza cuore. Maledetto. Maledetti tutt’e due.
Anzi no, non voglio maledire. Le maledizioni restano nell’aria, non sai mai dove colpiscono. a volte tornano indietro.
Dio, strappamelo dal cuore quell’uomo, succhiami fuori il dolore, soffia via i cattivi pensieri come il vento con le foglie morte.
Fammi tornare a riva.
Gli antichi greci portavano i malati a dormire nel tempio di Esculapio, il dio della guarigione dal magico caduceo, perché da lui ricevessero il sogno che guarisce. Ecco, io ora ho bisogno di un sogno così. Qualcosa di dolce e profondo da cui risvegliarmi guarita.
Sei messaggi sul cellulare. Uno di Arabella. Quattro di Leone.
L’ultimo della Tim (“Il suo credito sta per terminare”, lo so, è da quindici giorni).
Chiamo Arabella dal fisso e intanto m’invento un tono di voce quasi gaio. Non è facile ingannarla, mia figlia è molto intuitiva.
Se voglio però ci riesco, perché ha troppa fiducia in me. Le è difficile immaginare che possa sentirmi tanto ferita da uno che “parliamoci chiaro, è uno stronzo.”
Lei non ha mai straveduto per lui, del resto non è tenuta a farlo, visto che non è suo padre. Il padre di Arabella è morto quando lei aveva solo otto anni. Lavorava in provincia di Bergamo.
Pessimo tratto di autostrada, nevischio e asfalto scivoloso.
Un tir ha invaso la corsia opposta. Era l’otto marzo di quindici anni fa. Quando la polizia mi ha chiamato, stavo sistemando un enorme mazzo di mimose nel vaso di ceramica stile zoomorfico cretese.
Mai più comprato mimose. L’odore mi dà il voltastomaco.
“Ciao bimba come stai?” Il tono di voce è quello della donna attiva, ottimista di professione. Mi costa fatica ma ce la faccio.
“Bene mamma, sto imparando un sacco di cose. Sono straordinari qui.”
“Che bello…” Pausa, cosa le dico adesso… “Mi spiegherai bene quando ci vedremo, sai che mi interessa.”
Sbagliato il “quando ci vedremo”, sa di nostalgico appello.
“Ti ho già scritto una lettera… L’ho spedita ieri, non so quando arriva.”
Arabella si sta laureando in psicologia. Studia il rapporto tra disturbi del comportamento e condizioni climatico-ambientali.
In Norvegia approfondisce la depressione in relazione al contesto di ampi spazi, scarsa densità demografica, particolari tempi di esposizione alla luce.
“Hai una voce strana mamma, non so… Leone viene a trovarti?”
“Tutti i giorni. E telefona, mi manda messaggi… innaffia perfino i gerani. Lo sai? mi ha proposto un nuovo caso.”
“Me ne puoi parlare?”
“Adesso no, si tratta di una bambina rapita, però non so se accetterò.”
Mentre parlo ho davanti il faldone di documenti, chiusi in una cartelletta rossa. È lì da tre giorni, mai aperto. Leone tornerà alla carica anche oggi per una risposta. Già in passato mi ha proposto dei casi, alcuni li ho accettati, altri no. Non capisco perché insiste tanto per questo. Forse è solo un pretesto per costringermi a uscire dal mio torpore.
“Allora ti saluto. Ti voglio bene mamma.”
“Ciao piccola.”
Arabella ha tutta la spontaneità del suo padre naturale. Timida e selvatica, non conosce opportunismi. Viaggia col cuore e la sua mente arriva lontano solo se si possono saltare i passaggi che l’annoiano. Su di lei la cultura superiore, la complicata eloquenza di Umberto non hanno sortito alcun effetto. Al contrario, se n’è istintivamente ritratta, con una specie di disgusto che io allora capivo solo in parte. Per me Umberto aveva stile, sapeva tante cose, sempre a suo agio nel mondo. Era quello che io non sono mai stata.

III
Qualcuno picchetta sui vetri.
Sento i gerani sorridere. Sollevarsi dalla terra, spalancare nell’aria le foglie vellutate come fossero ali. Leone. Lui fa sorridere tutti se vuole, anche me, che certo non sono una allegra.
Sospetto di chi ride facilmente e detesto il sarcasmo. Sarà che su di me ne hanno fatto tanto, e continuano a farne.
Io sono quella che comunemente si definisce una sensitiva. Le mie facoltà sono note nell’ambiente del paranormale, e anche la polizia di quando in quando se ne serve, classificandomi come “confidente”. Come sensitiva non può: certe competenze non possono aspirare ad alcun riconoscimento ufficiale: perfino chi se ne serve, in pubblico inspiegabilmente le denigra.
Non Leone, però. Lui è un ispettore di polizia, ma molto speciale.
Il “dono” a me ha creato più problemi che altro, e questo vale per tutti quelli che l’hanno ricevuto. Ci incontriamo ogni anno: un grande raduno per i dotati di virtù telepatiche e chiaroveggenza tattile. E non ce n’è uno che non concordi su quanto il fardello sia doloroso da portare. Coi giornalisti in sala che puntualmente domandano: “Ma quanto le frutta?… Ci paga le tasse?… Saprebbe indovinare il mio segno zodiacale toccandomi il braccio?”
Da quando ho deciso di manifestare il dono non sono stata più completamente padrona di me stessa. Sfibranti analisi della personalità, dei livelli di serotonina, dei dosaggi ormonali e di chissà che altro nel sangue. Esperimenti a non finire di fronte a uomini in camice che spesso non capiscono nulla.
Tuttavia, in certe occasioni, il dono mi è sembrato una cosa bella. Ad esempio mi ha permesso di rivivere certi momenti passati con Bea, la gemella che ho perso a otto anni, rapita da
una leucemia fulminante, e non solo con lei, anche con altre persone, amate e perdute. Ricordo un ragazzo, un diciottenne bellissimo a cui ho dedicato tanti sogni. Ci siamo parlati poche volte, sfiorandoci appena con gli occhi, paurosi uno dell’altro.
Partì per il Canada con la famiglia, ma prima di lasciarmi mi regalò un dipinto a pastello: un bosco pieno di silenzio dove s’incontrano due cervi, timidi, sotto la luna. Quel dipinto l’ho
usato tante volte per tornare indietro nel tempo, risentire la sua voce e il suo odore, il calore del suo sguardo. Scommetto che lui non se n’è neanche accorto.
“Manuela… Apri dài, c’è una cosa importante.”
Occhi francamente azzurri nel rosso dei gerani. Ciao Leone, adesso ti apro. Vieni amico mio, unico vero. Parlami. Fammi sorridere.
E soprattutto, non sparire.
“Come stai?”
Sento le sue labbra sui capelli.
“Ti ho innaffiato i gerani.”
“Grazie, ho visto. Ma quanto ci hai messo?”
“Ho tolto anche le foglie secche.”
“Bravo. Non è facile trovare un uomo che ami i fiori.”
“Guarda che non sono gay, se è questo che intendi… ”
Mi accarezza la guancia con un dito: “Seppellita in questa felpa grigia, somigli a un uovo di dinosauro.”
Leone non è esattamente quello che si definisce un bell’uomo.
Troppo alto, con le spalle robuste leggermente curve. Voce arrochita da fumatore abituale e camicie di flanella a quadretti stile anni settanta. Però ha dei begli occhi, azzurri e penetranti. Anche il naso mi piace: perfettamente diritto. E mi piace l’espressione che ha sul viso: onesta e inquieta. Come se qualcosa di fiutato nell’aria lo tenesse costantemente in allarme.
Non ci sono donne nella sua vita, dice, nessuna storia sentimentale.
A me suona strano: le carte per piacere le ha. Finge di farmi la corte, ma è per gioco. Io e lui lavoriamo insieme da due anni. Lui è tenente di polizia, reparto investigativo. Ogni tanto si
serve del mio aiuto per risolvere casi ingarbugliati che neanche il suo intuito da poliziotto riesce a sbrogliare: misteriose scomparse, rapimenti. Generalmente non l’ho deluso, benché le persone che l’ho aiutato a ritrovare di solito erano già morte: due casi di suicidio, un omicidio… Meglio dimenticare.
Adesso mi ha preso le mani, piantandomi addosso due pupille che sembrano chiodi. “Allora, ci hai pensato?”
“Alla storia della bambina?”
“Sì.”
“Vedi come sto. Ci sono un sacco di veggenti in giro. Perché non lo chiedi a uno di loro?”
“Devi sapere una cosa… La sorella rapita, forse uccisa, è la gemella.”
Gemella. Il cuore mi dà un balzo.
“E me lo dici così?”
“L’altra volta sono stato volutamente vago. Stavi troppo male”
Taccio. Ho un fischio all’orecchio sinistro che è come la punta di un trapano.
Apro il faldone e una fotografia mi schiaccia contro lo schienale della poltrona. Due bambine che mi fissano. Due gemelle identiche, con gli occhi limpidi e intelligenti che sembrano margherite.
Alice e Gretel.
Le foto sono tante: le gemelle sotto l’Albero, vestite da Arlecchino, a scuola di danza, al mare… Gli investigatori le hanno cerchiate con due pennarelli di colore diverso per distinguerle.
Gretel è quella con l’aria pensierosa. Troppo per l’età. Va a nuoto, e a maggio ha vinto una gara di stile libero. Doveva farne un’altra importante a metà luglio ma è sparita: il pomeriggio del dodici luglio, verso le cinque. Da allora nessuno l’ha più vista.
“È che adesso la cosa si sta facendo pesante, perché l’altra gemella, Alice, sembra colpita da un male inspiegabile, che secondo me è collegato all’assenza della sorella…”
Capisco. Quello che mi si chiede è di trovare il contatto giusto, riconoscere tra i fili invisibili che collegano le anime, quello che vibra e conduce alle gemelle.
“Cosa intendi per male inspiegabile?”
“Ora ti dico. Ma prima io preparo un caffè e tu vai a farti una bella doccia calda. Poi ti metti qualcosa di colorato: butta via quella felpa orrenda e vieni fuori dall’uovo.”
Piego la bocca che sembra un sorriso. Però non piango, è già qualcosa.
L’epoca dell’autocommiserazione volge al declino: l’antidepressivo funziona. Mentre scelgo gli abiti da mettermi ripenso a poche settimane fa, quando anche lavarmi mi riusciva odioso.
Come mangiare, leggere, rispondere al telefono. Perfino rifare il letto e vuotare l’immondizia. Quest’ultima cosa qualcuno l’ha fatta per me.
“Chi mi ha buttato l’immondizia?” domando a Leone.
“La signora di sopra, gliel’ho chiesto io.” Ammicca. “Sai che ha un debole per me.”

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